Il caso spiegato

Responsabilità da algoritmo nella PA: il Consiglio di Stato sulla trasparenza dei software decisionali

5 min di lettura · Aggiornato a agosto 2026 · Supervisione editoriale: Avv. Federico Papa

Lo sviluppo della giurisprudenza amministrativa riporta al centro del dibattito la gestione digitale della cosa pubblica. Secondo la cronaca giudiziaria, i giudici amministrativi hanno ormai consolidato il principio secondo cui l'uso di software decisionali non può esonerare la Pubblica Amministrazione dagli obblighi di trasparenza e motivazione. La vicenda affonda le radici nelle contestazioni sorte tra il 2019 e il 2021, quando il comparto scolastico fu investito dalle criticità di un algoritmo per la mobilità dei docenti. Il presente contributo esamina tale evoluzione, analizzando le pronunce con cui il Consiglio di Stato ha riconosciuto la natura giustiziabile del codice informatico. Attraverso il caso gemello di Gaio Sventura, si evidenzia come la difesa del cittadino debba oggi confrontarsi con la logica automatizzata dell'azione amministrativa.

Responsabilità da algoritmo nella PA: il Consiglio di Stato sulla trasparenza dei software decisionali

In sintesi

L'articolo analizza la trasparenza degli algoritmi nella Pubblica Amministrazione, muovendo dal contenzioso promosso dai docenti contro il Ministero dell'Istruzione. Viene esaminata la qualificazione del software quale atto amministrativo informatico, unitamente al diritto di accesso al codice sorgente sancito dal Consiglio di Stato. La disamina distingue il contesto pubblicistico dai precedenti relativi alla cosiddetta Gig Economy, focalizzandosi sull'obbligo di motivazione e sulla sindacabilità giurisdizionale. Un caso pratico illustra le strategie difensive esperibili contro decisioni automatizzate opache in materia di concorsi e appalti pubblici.

  1. Il fatto

    Come riportato dalla stampa specialistica, la vicenda è giunta a compimento con le pronunce del Consiglio di Stato che hanno definito il complesso contenzioso tra il Ministero dell'Istruzione e migliaia di docenti. Al centro della controversia vi era l'algoritmo introdotto per l'attuazione della riforma della cosiddetta Buona Scuola (Legge 107/2015), impiegato per gestire la mobilità nazionale del personale docente. I ricorrenti lamentavano che il software operasse quale black box, assegnando sedi lontane a docenti con punteggi superiori senza alcuna giustificazione logico-razionale. Il Ministero, in prima battuta, aveva opposto il segreto industriale ed aziendale per negare l'accesso al codice sorgente, qualificando l'algoritmo come mero strumento tecnico di esecuzione.

  2. Le norme in gioco

    1. La Legge 241/1990 sancisce i principi di trasparenza e l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, la cui carenza determina l'illegittimità dell'atto per difetto di istruttoria o motivazione.
    2. Il Codice dell'Amministrazione Digitale (CAD) (D.Lgs. 82/2005) impone alla PA la digitalizzazione dei processi nel rispetto della conoscibilità e della trasparenza dei sistemi informatici impiegati.
    3. Il GDPR (Regolamento UE 2016/679), agli articoli 13 e 22, riconosce all'interessato il diritto di ottenere informazioni significative sulla logica applicata nei trattamenti automatizzati e di non essere sottoposto a decisioni basate unicamente sul trattamento automatizzato senza un effettivo intervento umano.
  3. Cosa dice la giurisprudenza

    La giurisprudenza amministrativa di vertice ha chiarito che l'algoritmo deve essere qualificato come atto amministrativo informatico, soggetto al medesimo regime di impugnabilità e controllo del provvedimento tradizionale. I giudici hanno stabilito che l'esigenza di tutela del segreto commerciale non può prevalere quando il software sia impiegato nell'esercizio di pubbliche funzioni, spettando al privato il diritto di conoscere la regola tecnica trasfusa nell'algoritmo. È stato altresì ribadito il principio dello human-in-the-loop, che impone l'intervento e la validazione della decisione da parte del funzionario umano a garanzia del rispetto del principio di legalità.

  4. Analisi redatta e verificata con edit.legal

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  5. Cosa insegna ai professionisti

    1. È essenziale formulare tempestivamente istanza di accesso non soltanto all'esito finale, ma all'intero codice sorgente e alla logica algoritmica applicata.
    2. È necessario verificare la puntuale osservanza del principio di human-in-the-loop, eccependo la nullità o illegittimità delle decisioni interamente automatizzate e prive dell'imputazione a un responsabile del procedimento.
    3. È opportuno avvalersi di consulenti tecnici d'ufficio o di parte per tradurre il linguaggio di programmazione in deduzioni difensive spendibili dinanzi al giudice amministrativo.

Riferimenti: Legge 241/1990D.Lgs. 82/2005Regolamento UE 2016/679

Avv. Federico Papa
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Domande frequenti

Posso chiedere il codice del software che mi ha scartato in un concorso?

Sì, secondo la giurisprudenza amministrativa il codice sorgente costituisce documento amministrativo, al quale il candidato ha diritto di accedere per verificare la legittimità della procedura.

La PA può rifiutarsi invocando il segreto industriale del fornitore?

No, l'interesse pubblico alla trasparenza e il diritto di difesa del privato prevalgono sulla tutela della privativa industriale quando il software venga impiegato per l'esercizio di potestà pubbliche.

Cosa succede se l'algoritmo della PA commette un errore?

Il provvedimento finale adottato sulla base dell'algoritmo difettoso è annullabile per eccesso di potere o violazione di legge, consentendo l'impugnazione dinanzi al giudice amministrativo per l'ottentimento dell'annullamento o del risarcimento del danno.

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