Il caso spiegato
Il sequestro delle criptovalute: quando le chiavi private diventano «cose» materiali
6 min di lettura · Aggiornato a settembre 2026 · Supervisione editoriale: Avv. Federico Papa
L'evoluzione digitale del diritto penale ha segnato un punto di svolta con la recente conferma della legittimità del sequestro preventivo di asset su blockchain. Secondo quanto riportato recentemente dalla stampa, la giurisprudenza di legittimità ha consolidato l'orientamento che qualifica le valute virtuali non come meri dati informatici, ma come beni suscettibili di apprensione materiale attraverso il controllo delle chiavi private. In questo contributo analizzeremo come la disponibilità di un cold wallet e della relativa seed phrase permetta all'autorità giudiziaria di vincolare il profitto del reato, superando le obiezioni sulla natura immateriale dei token. Mentre altri profili di questa complessa materia, come il sequestro dei crediti d'imposta o l'acquisizione di messaggi digitali, sono trattati in articoli dedicati della rubrica, qui ci concentreremo esclusivamente sulla materialità delle criptovalute nel processo penale attraverso il nostro caso gemello.

In sintesi
L'articolo analizza la decisione della Cassazione sulla natura giuridica delle criptovalute come «cose» ai fini penali. Viene esaminata la possibilità di sequestro preventivo mediante l'apprensione di wallet fisici e chiavi private, giustificata dalla volatilità e fungibilità degli asset digitali. Attraverso il caso di Gaio Sventura, si illustra come la disponibilità materiale dei codici di accesso permetta il vincolo reale, equiparando lo spossessamento digitale a quello di un bene fisico.
Il fatto
La vicenda nasce da un'indagine per i reati di autoriciclaggio e truffa aggravata, nella quale l'autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo di diversi dispositivi di archiviazione fisica (cold wallet) e delle relative stringhe alfanumeriche di accesso. Secondo quanto riportato da testate specializzate quali Altalex e Guida al Diritto, l'indagato avrebbe utilizzato circuiti blockchain per schermare profitti illeciti, confidando nell'apparente intangibilità dei token digitali.
Il procedimento, giunto in Cassazione dopo il ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, si è concentrato sulla possibilità di applicare un vincolo reale a beni che non esistono fisicamente nel mondo analogico. I giudici di merito avevano confermato il sequestro basandosi sul rinvenimento, durante una perquisizione, delle cosiddette seed phrase scritte su supporti cartacei, che garantivano il controllo esclusivo dei wallet digitali.

Le norme in gioco
Il fondamento giuridico risiede nell'art. 321 c.p.p., che disciplina il sequestro preventivo delle cose pertinenti al reato per evitare che la loro disponibilità possa aggravare le conseguenze dell'illecito. Tale norma opera in combinato disposto con l'art. 240 c.p., finalizzato alla confisca del profitto, e con la definizione di valuta virtuale contenuta nella normativa antiriciclaggio, che la identifica quale rappresentazione digitale di valore.
Determinante è inoltre l'art. 810 c.c., richiamato per estensione, che definisce i beni come le cose che possono formare oggetto di diritti. La conseguenza di questa qualificazione è che la sottrazione della chiave privata viene equiparata allo spossessamento di un bene mobile, consentendo l'applicazione delle misure cautelari reali tipiche del codice di rito penale.
Cosa dice la giurisprudenza
La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che le criptovalute devono essere considerate cose materiali ai fini della legge penale. Il principio cardine stabilisce che, sebbene il token sia un dato digitale, la sua «apprensione» avviene attraverso il possesso dei supporti fisici o dei codici che ne permettono il trasferimento. La materialità si trasferisce dunque dal bene alla chiave che lo schiude.
In merito al periculum in mora, i giudici hanno evidenziato come la volatilità del mercato e la facilità di occultamento degli asset digitali giustifichino pienamente il sequestro. La rapidità con cui un indagato può trasferire fondi su wallet anonimi o mixer rende il rischio di dispersione del profitto intrinseco alla natura stessa del bene, rendendo necessaria una tutela cautelare immediata.
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Cosa insegna ai professionisti
- Verificare sempre se il sequestro colpisce i token direttamente o i supporti fisici, poiché la strategia difensiva sulla pertinenzialità del bene cambia drasticamente.
- Monitorare la gestione del valore sequestrato: data la volatilità del mercato, l'avvocato deve valutare istanze di liquidazione anticipata per evitare che il bene si azzeri durante il processo.
- Distinguere tra la mera informazione (la password a mente) e il supporto fisico (il post-it o il wallet), poiché solo il secondo permette un'apprensione materiale immediata senza la collaborazione dell'indagato.
Riferimenti: Art. 321 c.p.p.Art. 240 c.p.Art. 810 c.c.Art. 648-ter.1 c.p.D.Lgs. 231/2007
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Domande frequenti
È possibile sequestrare criptovalute se l'indagato non fornisce la password?
Sì, se gli inquirenti rinvengono supporti fisici (wallet) o annotazioni scritte (seed phrase) durante una perquisizione, possono procedere all'apprensione materiale indipendentemente dalla collaborazione dell'indagato.
Cosa succede se il valore delle criptovalute sequestrate crolla durante il processo?
Il rischio di svalutazione è a carico dello Stato se il sequestro è finalizzato alla confisca, ma la difesa può richiedere la conversione in valuta legale per preservarne il valore economico.
Il sequestro di Bitcoin può essere considerato un sequestro di dati informatici?
La giurisprudenza più recente tende a superare questa visione, qualificando i token come beni mobili fungibili e non semplici dati, permettendo così l'applicazione delle norme sul sequestro preventivo tradizionale.
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